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domenica 24 aprile 2016

RESISTENZA. I DIARI DEL 25 APRILE 1945 (WORLD WAR II, ITALY)








Anniversario della liberazione d'Italia




Emblema della Repubblica Italiana


Tipo di festa nazionale
Data 25 aprile
Celebrata in Italia Italia
Oggetto della celebrazione Liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista e dal regime fascista
Feste correlate Anniversario dell'Unità d'Italia, Festa della Repubblica Italiana, Festa del Tricolore e Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate
Data d'istituzione 22 aprile 1946
Altri nomi Festa della Liberazione, anniversario della Resistenza o semplicemente 25 aprile
"Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire." Sandro Pertini proclama lo sciopero generale, Milano, 25 aprile 1945

L'anniversario della liberazione d'Italia (anche chiamato festa della Liberazione, anniversario della Resistenza o semplicemente 25 aprile) è una festa nazionale della Repubblica Italiana che ricorre il 25 aprile di ogni anno. È un giorno fondamentale per la storia d'Italia ed assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall'8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l'occupazione nazista.





Storia

 


Partigiani sfilano per le strade di Milano


Bologna festeggia la Liberazione



Torino, 6 maggio 1945. Sfilata della liberazione in piazza Vittorio Veneto




Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) - il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e Achille Marazza) - proclamò l'insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi[, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo.
«Arrendersi o perire!» fu la parola d'ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi.
Entro il 1º maggio tutta l'Italia settentrionale fu liberata: Bologna (il 21 aprile), Genova (il 23 aprile) e Venezia (il 28 aprile). La Liberazione mise così fine a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l'avvio effettivo di una fase di governo da parte dei suoi rappresentanti che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica – consultazione per la quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.
Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all'esercito alleato, si ebbe solo il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo durante la cosiddetta resa di Caserta firmata il 29 aprile 1945: tali date segnano anche la fine del ventennio fascista.

 

L'istituzione della festa nazionale







Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il principe Umberto II, allora luogotenente del Regno d'Italia, il 22 aprile 1946 emanò un decreto legislativo luogotenenziale ("Disposizioni in materia di ricorrenze festive") che recitava:« A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale. » La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi, ma solo il 27 maggio 1949, con la legge 260 ("Disposizioni in materia di ricorrenze festive"), essa è stata istituzionalizzata stabilmente quale festa nazionale:
« Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: [...] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[...] » Da allora, annualmente in tutte le città italiane - specialmente in quelle decorate al valor militare per la guerra di liberazione - vengono organizzate manifestazioni pubbliche in memoria dell'evento.

 





lunedì 7 marzo 2016

8 Marzo : Auguri a tutte le donne

 

 

 

linkiesta.it

Cosa facevano davvero le donne durante la Seconda guerra mondiale

di Clara Amodeo


C’è chi crede, e non è solo la neo eletta miss Italia Alice Sabatini, che il ruolo delle donne durante la Seconda guerra mondiale fosse quello di badare alla casa e ai figli in attesa del marito partito per fare la guerra. Ma quella è una verità di parte. Dagli anni Quaranta fino alla fine del conflitto, la figura femminile ha svolto molte altre mansioni, tanto che gli studiosi parlano de “i lavori delle donne”, a indicare che pluralità e multiformità di aspetti sono stati, anche in quegli anni, le principali peculiarità dell’occupazione femminile.

A partire dalle campagne. Qui alle donne vennero assegnati due compiti: quelli relativi alla casa, dove quotidianamente sbrigavano le faccende domestiche, crescevano i figli e curavano i più anziani, ma anche quelli relativi alla coltivazione della terra. Nei campi le donne lavoravano sia per l’autosostentamento sia per conto dei proprietari terrieri come coadiuvanti nell’azienda contadina o braccianti stagionali. L’esempio più idealizzato, stereotipato (ma anche più presente nel sistema agricolo della Val Padana) fu quello delle mondine, le “sfruttate”, come esse stesse si definirono nell’omonimo canto, impegnate nella piantumazione e nella raccolta del riso.

Anche dai campi partì quell’ampia ondata di scioperi, maschili e femminili, che a partire dal 1944 portò le donne, a questo punto organizzate dai partiti e nei gruppi di difesa, a impegnarsi nella Resistenza. Iniziarono così a svolgere azioni di affiancamento alla lotta di liberazione: nacquero le figure delle “staffette partigiane”, giovani ragazze che portavano messaggi e armi da un battaglione di combattenti all’altro. Queste figure operavano anche in città, dove non mancavano le fabbriche che, proprio in quegli anni, aprirono le porte anche alle figure femminili per sostituire gli uomini chiamati a combattere e per sostenere la produzione bellica. Alle donne vennero così affidati ruoli lavorativi nelle industrie tessili e dell’abbigliamento, nelle industrie alimentari, fino a quelle chimiche per la lavorazione dei minerali, della carta, delle pelli, del legno e dei trasporti.


Pure nel terziario le donne ebbero il loro bel daffare. Nell’assistenza, ambito femminile per eccellenza, furono tanto rare le donne medico quanto diffuse le infermiere, le levatrici e le balie. A loro, nella retorica di regime, si affiancavano le maestre, donne in grado, così come le infermiere, di “esplicare quelle doti che ogni donna ha in sé anche inconsapevolmente. Ossia sacrificio, dedizione e rinuncia, dimenticanza di sé, abnegazione”, come si legge nel volume Donne e lavoro: un’identità difficile. Ma non facciamoci prendere dall’entusiasmo: le donne furono escluse dall'insegnamento superiore, mentre alle elementari venne sempre dato maggiore risalto alla la figura del maestro maschio.

Perché per la retorica fascista la donna era sì quella che, dedita al lavoro domestico, avrebbe dovuto provvedere esclusivamente alla riproduzione e all’amministrazione della casa. La famiglia, numerosa e fascista, era infatti al centro della propaganda e della costruzione del modello dittatoriale: al suo interno il ruolo che spettava alle donne era quello di moglie e madre, ma in una posizione subordinata all’uomo. Il loro corpo era nazionalizzato e la maternità si trasformava in un dovere nei confronti della patria. Ma anche questa è una verità di parte.